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L'operatività della WPA Section "Ecology, Psychiatry and Mental Health" riguarda anche tematiche quali la bioetica e la quality of life.

Al riguardo, citando Schiavone, si può ricordare quale sia "…. l’elevato costo sociale ed economico per i compiti di assistenza e l’onere pesante per le famiglie anche in termini di sofferenza. Naturalmente data l’evoluzione lenta dei disturbi va tenuto presente che vi sono inizialmente e a medio termine condizioni più accettabili e di migliore tolleranza anche in considerazione del fatto che i recenti progressi farmacologici consentono di ritardare il decorso verso la fase avanzata. Ma in ogni caso non si può minimizzare l’aspetto drammatico dell’Alzheimer proprio in quanto colpisce irrimediabilmente e irreversibilmente anche se con gradualità le funzioni cognitive e di relazione, ossia, per usare un linguaggio più semplice ed esplicito, ciò che vi è di peculiare nell’uomo in quanto tale. La compromissione può assumere tale gravità da rendere privo di autosufficienza il paziente anche nelle funzioni più banali ed elementari della vita quotidiana e spingerlo quasi ai confini di una vita meramente vegetativa.".

Tale grave condizione fa giungere Schiavone, e noi con lui, alla considerazione che "… l’inquietante dilemma possa venire risolto solo sulla base di una ineludibile esigenza etica di rispetto della vita. E ciò comporta che il demente in fase avanzata o terminale va trattato ….. tutelandone i diritti umani senza riserve. Di qui l’impegno ad una assistenza completa e articolata, senza trascurare nella fase iniziale e in quella media, allorché il farmaco è in grado di frenare l’involuzione e di consentire una certa stabilità, interventi psicoterapici soprattutto con finalità di sostegno e un adeguato ricorso alle tecniche riabilitative per ritardare la perdita delle varie abilità e per rendere meno gravoso il compito di coloro che si prendono cura del malato. Certamente bisogna minimizzare gli obiettivi e accontentarsi realisticamente senza attese miracolistiche di una accettabile conservazione delle capacità di affrontare le necessità della vita quotidiana.".

Negli anni, il termine demenza ha modificato il suo significato, in funzione della maggiore conoscenza del quadro clinico. Il termine “demenza” deriva dal latino de (fuori da) + mens (mente) + ia (stato di), e quindi letteralmente significa “essere deprivato della propria mente”.

L’origine storica del termine non e’ ancora completamente chiarita: il primo ad usarlo, nel primo secolo A.D., sembra sia stato Celsus nella sua opera De Medicina.

Nel 1906 Alois Alzheimer descrisse il quadro clinico di una donna di 51 anni (Auguste D.) affetta da un progressivo decadimento cognitivo con allucinazioni e incompetenza sociale (Maurer et al, 1997), ed all’esame autoptico della paziente vennero riscontrate atrofia cerebrale, placche senili e gomitoli neurofibrillari.

A partire dagli anni 60, la maggiore disponibilità di tecniche di studio del funzionamento del sistema nervoso centrale, la conoscenza dei processi neuropsicologici, una maggiore disponibilità di strumenti di analisi psicometrica e psicologica, l’avanzamento delle tecniche e conoscenze neuropatologiche hanno portato ad una maggiore caratterizzazione clinica delle demenze ed alla loro distinzione sia dalle psicosi che dalle modificazioni delle funzioni cognitive riscontrabili con l’invecchiamento.

Oggi, sempre maggiori conoscenze e possibilità clinico-terapeutiche rendono possibile sperare in un approccio più completo, integrato e, speriamo in un futuro prossimo, ancora più efficace: la nostra Società Scientifica comunque, con questo primo "Numero Speciale" dedicato alla Malattia d' Alzheimer, ha inteso avviare e programmare un suo intervento in tale delicato settore, sotto il profilo dell'etica e della quality of life di malati, familiari, caregivers e, più complessivamente, dell'ambiente, nella sua accezione più ampia.

Bisogna infine ricordare che l’eponimo “malattia di Alzheimer” venne utilizzato da Emil Krepelin nell’VIII° edizione dell’Handbook of Psychiatry (1910) per definire un particolare gruppo di demenze senili con le caratteristiche alterazioni neuropatologiche descritte da Alzheimer; solo successivamente tale eponimo caratterizzò più in generale tutte le forme di demenza degenerativa primaria (Tonkonogy et al, 1988).

Tuttavia, fino alla seconda metà del secolo scorso, come ricorda Villani, l’interesse per gli aspetti diagnostici e clinici risultò essere piuttosto scarso, e la demenza venne considerata un processo inevitabile legato alla senescenza oppure il risultato di svariate condizioni.

Journal online "Ecology, Psichiatry and Mental Health, Cardiology & Dermatology " - Supplemento del Journal "Ecology, Psychiatry and Mental Health"
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